La rottura di Picasso e il Cubismo con l’introduzione del tempo nella rappresentazione pittorica

Mentre la fisica giunge a un nuovo modello di descrizione e rappresentazione del reale, anche l’arte attraversa un momento cruciale che segna l’abbandono dei canoni fondamentali della pittura tradizionale, portando a una ridefinizione dei concetti di spazio e di tempo.
Nella storia artistica occidentale, l’immagine pittorica per eccellenza è stata sempre considerata di tipo naturalistico. Ossia, le scene dipinte devono riprodurre fedelmente la realtà, rispettando gli stessi meccanismi della visione ottica umana. Questo obiettivo era stato raggiunto con il Rinascimento italiano che aveva fornito gli strumenti razionali e tecnici del controllo dell’immagine naturalistica: il chiaroscuro per i volumi, la prospettiva per lo spazio. Con la prospettiva, la visione diviene tridimensionale e su di essa l’artista può finalmente ritrarre tutta la realtà quale essa appare da un unico punto di vista. Ma poiché la prospettiva non considera l’oggetto nella sua totalità, in quanto ne riporta solo un aspetto parziale, essa non è che un artificio, un’illusione imitativa.
All’inizio del Novecento, sale alla ribalta il genio artistico di un solo uomo: Pablo Picasso, che rivoluziona decisamente lo stile pittorico del suo tempo. Nei suoi quadri, le immagini si compongono di frammenti di realtà, visti tutti da angolazioni diverse e miscelati in una sintesi del tutto originale. Ciò demolisce di fatto il principio fondamentale della prospettiva: l’unicità del punto di vista, che imponeva al pittore di guardare solo ad alcune facce della realtà. Nelle opere di Picasso, infatti, l’oggetto viene rappresentato da una molteplicità di punti di vista, così da ottenere una rappresentazione “totale” dell’oggetto che ingloba tutte le possibili sfaccettature. Si ottiene quindi un’immagine completamente diversa dall’esperienza visiva corrente, ma in fondo più “realistica” perché contiene più volti della realtà, più punti di vista da cui si possono vedere le cose.
Questa sua particolare tecnica lo porta ad ottenere immagini dalla apparente incomprensibilità, in quanto risultano del tutto diverse da come la nostra esperienza è abituata a percepire le cose. Da ciò nasce anche il termine Cubismo, dato a questo movimento, con intento denigratorio, in quanto i quadri di Picasso sembravano comporsi solo di sfaccettature di cubi.
Quando il Cubismo rompe la convenzione sull’unicità del punto di vista, di fatto introduce nella rappresentazione pittorica un nuovo elemento: il tempo, una variabile che prima era assente. L’immagine naturalistica, infatti, ha un limite ben preciso: può rappresentare solo un istante della percezione. Avviene da un solo punto di vista e coglie solo un momento. Per poter vedere un oggetto da più punti di vista è invece necessario che la percezione avvenga in un tempo prolungato, che non si limiti a un solo istante, in modo che l’artista abbia il tempo di vedere l’oggetto, e quando passa alla rappresentazione porta nel quadro tutta la conoscenza che egli ha acquisito dell’oggetto. L’introduzione di questa nuova variabile è un dato che non riguarda solo la costruzione del quadro, ma anche la sua lettura. Un quadro cubista, infatti, non può essere letto e compreso con uno sguardo istantaneo. Deve, invece, essere percepito con un tempo preciso di lettura. Il tempo, cioè, di analizzarne le singole parti e ricostruirle mentalmente, per giungere con gradualità dall’immagine al suo significato.
Con Picasso, la dimensione spazio-temporale entra di diritto nell’arte. Nasce così una nuova pittura in cui lo spazio e il tempo non sussistono più come principi assoluti e immutabili, ma si fondono in una stessa rappresentazione che fornisce una visione simultanea della realtà in tutte le sue sfaccettature.
È evidente il legame tra la rivoluzione cubista di Picasso e la teoria della relatività di Einstein, nate entrambe nello stesso periodo. L’abolizione dei concetti di spazio e di tempo assoluti, la definizione di spazio-tempo, l’impossibilità di dare una descrizione oggettiva del mondo, la frammentazione della realtà in base ai punti di vista da cui la si osserva, sono gli elementi che accomunano il fisico tedesco al pittore spagnolo.