Enrico Lucherini, ufficio stampa-comunicazione

Roma, il Cinema ed Io… (appunti di lavoro)
a cura di Sergio Illuminato, edito nel 1993 dal Quotidiano Paese Sera
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ENRICO LUCHERINI, ufficio stampa-comunicazione

Roma e la città del cinema e anche personaggi della scuola milanese, vedi Salvatores che ha vinto I‘Oscar, comunque poi vengono a lavorare qui perché a Roma ci sono tutti i mezzi, le produzioni; tutto quello che è il cinema.
L’ambiente cinematografico e cambiato molto da quando ho cominciato. La mia grande partenza è stata col film “La dolce vita” di Fellini…c’era tutto un mondo che aveva voglia di emergere. Adesso non c’è un punto di riferimento a Roma, neanche più l’uscita di un film e un fatto importante; prima era un evento andare al cinema per la prima, dopo la proiezione ci si incontrava per discutere del film e lo scambio di vedute era molto importante, sia con chi aveva partecipato alla sua realizzazione, ma anche e soprattutto con quelli che odiavano il film in questione, ma che venivano comunque attratti dal lavoro di Antonioni, Maselli, Pietrangeli, Fellini, Rosi.
Roma è molto cambiata, e diventata una specie di città “africana”, non si corre più a vedere il film la sera della prima, per poi parlarne con gli amici: al cinema ci vanno ormai solo i ragazzotti, poi se si diffonde la voce, piano, piano, ci va anche l’altra gente.
Prima esisteva un grande gruppo che sosteneva comunque un film, anche con i fischi, non solo con gli applausi. Adesso c’è invidia, un’insopportabile gelosia: tra produttori importanti e giovani, tra registi, attori e anche tra giornalisti.
Prima la stroncatura di un film con una recensione svuotava una sala, il critico andava a vedere un film di Fellini o di Antonioni e dava delle indicazioni molto interessanti ora anche in quell’ambiente si covano rancori, rabbia e risentimenti verso quel produttore che forse ha detto di no al loro copioncino.
L’attributo di “africana” vale anche per Cinecittà. La metropolitana e la comodità di andare a girare senza il problema del traffico fanno di Cinecittà un luogo ideale per il cinema, ma gli alti costi richiesti lasciano i teatri di posa sempre più a disposizione di produzioni televisive.
Prima sembrava di trovarsi al festival di Cannes, nei suoi viali incontravi tutti, adesso incontri Corrado che fa la Corrida. A me piaceva andare a Cinecittà anche se non dovevo promuovere un film, perché incontravo degli amici, oggi il bar e lt ristorante sono frequentati dai tecnici della televisione o della pubblicità: tutta gente sconosciuta; e allora preferisco frequentare il bar della Pace, la almeno incontro delle persone vere di un cinema giovane.
Il cinema prima nasceva da una proposta corale su un data argomento, poi si sceglieva il regista e tutti gli altri; oggi invece un film nasce dal contatto diretto del regista con il produttore che non ha più vicino uno staff di persone come usava una volta avere Ponti o De Laurentis…e le storie da raccontare sono scritte pensando già al passaggio d’antenna televisivo, calcolando quindi un cast che vada bene anche tra due anni e che sia gradito in Televisione.
Una volta Pasolini o Luchino Visconti facevano dei film bellissimi, anche vietati ai minori di 18 anni, oggi non è più possibile perché non passerebbero gli spot di promozione in TV!
Via Veneto era il mio ufficio: non sapevo che stavo inventando un lavoro! Vivevo la e sapevo di incontrare dopo la mezzanotte, come succede ancora a Venezia o a Cannes, tutti i grandi personaggi del cinema: Visconti, Flaiano, Gassman, Rosi.
Allora era facilissimo inventarsi scoop. Uno dei tanti per esempio fu quando, per lanciare la Schiaffino, la feci venir giù per Via Veneto e, d’accordo con i fotografi, ad un mio segnale, lei fece un gesto tale che le si aprì il vestito fino al sedere. Le foto “scandalose” facevano il giro delle redazioni giornalistiche ed è così che sono nati molti rotocalchi rosa. Quelle foto hanno ispirato Fellini nel fare il capolavoro de “La dolce vita”. Dopo quel film via Veneto è finita, perché sono arrivati pullman carichi di americani e giapponesi armati di macchine fotografiche ed anch’io ho abbandonato il fuoco incrociato dei loro clic, per trasferirmi in questo ufficio dove da trentadue armi praticò la mia professione.
Adesso è diventato tutto molto dispersivo, non esistono più dei punii di riferimento. Manca ormai un luogo d’incontro dove ritrovarsi. Il piano bar è frequentato da gente che non si conosce e in discoteca si va per scopare. Quando mi ritrovo al bar della Pace, all’Heminguey, vedo gente vestita in modo stranissimo che non conosco, ed anche lì nessuno ha desiderio di comunicare.
E forse non vale neanche il discorso d’élite del Nuovo Sacher, un cinema solo per intimi…è imbarazzante, si respira un’aria vecchia, c’è ancora chi fuma le canne e chi parla quel terribile linguaggio sessantottino.
Negli ultimi tempi mi pare di intravedere. un po’ di cambiamenti, dei film più interessanti.
Tutta la mia vita l’ho trascorsa dietro le quinte a “lanciare” gli altri e mi piacerebbe mantenere questo dialogo mai interrotto soprattutto con i giovani, verso i quali nutro anche un senso di protezione da questa pericolosissima città. Ho visto tante giovane autrici finire malissimo.
Nel nostro ambiente c’è ormai poco rispetto, poca memoria, come nel libro di Flaiano “Un marziano a Roma”: dopo cinque giorni in questa città sei sputtanato; guarda i divi di Beautiful, erano dei miti, all’hotel Plaza sei mesi fa c’era la fila per vederli, ora se passano per strada gli danno un calcio. E questo fa rabbia.
Certo una volta quando arrivava Tyrone Power si perdeva la testa seriamente.
L’interesse per il cinema sta cambiando, si è capito che fare un film solo per quei cento alternativi non ha più senso. Bisogna che i grandi produttori, í Cecchi Gori, i Berlusconi, i De Laurentis, riescano a raggruppare un po’ di persone che stiano insieme senza invidia e gelosia, per fare dei film di qualità che il pubblico anche popolare oggi vuole.

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