Luigi Magni, regista

Roma, il Cinema ed Io… (appunti di lavoro)
a cura di Sergio Illuminato, edito nel 1993 dal Quotidiano Paese Sera

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LUIGI MAGNI, regista

Quando penso a Roma com’era mi viene sempre in mente l’occupazione tedesca e la primavera del ’44. Dopo le sei del pomeriggio non si poteva più uscire di casa perché c’era il copri-fuoco e se ti avessero trovato per la strada ti avrebbero sparato addosso. Allora, noi ragazzini andavamo sui tetti, a correre sui cornicioni, a saltare sulle tegole, da terrazza a terrazza, come i gatti.
E fu così che scoprii Roma “vista dall’alto”. Statue di angeli ad ali spiegate e di santi a braccia elevate si annidavano tra gli abbaini o sporgevano da dietro i cassoni dell’acqua. E intorno, a perdita d’occhio, le cupole delle chiese, i campanili, le quadrighe di bronzo con i cavalli neri contro il cielo e i colli lontani, soffusi di quella luce inesprimibile, unica al mondo, che era la luce di Roma.
Dico questo perché mi si chiede se sia ancora possibile, a Roma, girare un film ambientato in epoche passate. Su questi tetti, oggi, ci sono le antenne delle televisioni. Una selva metallica che esclude ogni altra vista, offuscata per altro dalla coltre pesante di smog che ha cancellato per sempre la luce di Roma.
In basso, nelle strade, ancora peggio. Il suolo è occupato in perpetuo da automobili ferme o in movimento. Le transenne, gli sbarramenti, le trincee e gli scavi degli eterni “lavori in corso”. I cassonetti intorno ai quali è consentito il mondezzaio permanente. O ridicoli arredi urbani: ciotole e fioriere usate, nel migliore dei casi, come giganteschi porta-cicche. Le allucinanti insegne dei negozi. I prospetti dei palazzi, una volta illustri, deturpati dal degrado e dall’incuria o involgariti da restauri mozzi e approssimativi.
Di 27 secoli di storia quanti sono “gli interni” superstiti? Gli interni di un bar, di un ristorante o di un negozio che abbiano conservato l’ambiente originale, come capita di vedere in ogni altra città del mondo?
Pochissimi o nessuno. Questo, più o meno, è l’aspetto attuale di quello che, oggi, si chiama “centro storico” ma che, una volta, si chiamava semplicemente Roma. La piccola parte di un grande territorio senza nome. Una sterminata periferia, senza niente, costruita tutt’intorno con la sola logica del profitto, più ricco e rapace. ll “quod non fecerunt Barbari…”, riferito al povero Urbano VIII, fa ridere al confronto del “quod fecerunt“…i piemontesi, i fascisti e peggio di tutti le amministrazioni democratiche che si sono avvicendate nella gestione della rovina, in questo ultimo quasi mezzo-secolo. Qualcuno, con aria rassegnata, parla di “inferno metropolitano”. E l’aggettivo starebbe ad indicare che pur sempre di una metropoli si tratta. Ma non è vero, Roma, capitale fallita, è un inferno e basta. Metropoli non lo è mai stata (forse, al tempo di Augusto) e non avrebbe mai dovuto nemmeno tentare di diventarla.
Per tornare al cinema, posso dire che, oggi, sarebbe possibile girare solo un film che mostrasse “Roma com’è”. Un film catastrofico o dell’orrore. Ma io non ne sarei capace. E non è solo un rammarico professionale. lo vengo da un altro tempo, da un’altra Roma, da una cultura sconfitta. Noi sognavamo di portare piazza di Spagna a Tor Bella Monaca e non viceversa, come è accaduto. E così siamo andati tutti all’inferno. Mi rendo conto di fare un discorso malinconico. Ma sto invecchiando. E chi invecchia deve vedere che, intorno a sé, tutto vive e cresce in modo che, al momento di andarsene, lascerà le cose molto meglio di come le ha trovate quando è venuto. Invece, sembra che, per la mia generazione, non sarà così. Peccato, perché le premesse c’erano tutte.

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