Sergio Illuminato, curatore

Roma, il Cinema ed Io… (appunti di lavoro)
a cura di Sergio Illuminato, edito nel 1993 dal Quotidiano Paese Sera
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Sergio Illuminato, curatore

Un secolo è veramente poco: meno di cinque generazioni; infatti, solo nel dicembre 1895 Filoteo Alberini, uno dei pionieri del cinema italiano, fa brevettare un “Kinetografo” per la ripresa, la stampa e la proiezione delle pellicole. Con il nuovo secolo, Alberini affronta anche gli aspetti più propriamente commerciali del cinema aprendo a Firenze (1901) una “sala di proiezioni fisse ed animate”; sposta poi il centro della propria attività a Roma dove, nel gennaio 1904, inaugura il Cinema Moderno. Alla fine dello stesso anno in società con Sante Santoni fonda uno studio C.D. produzione, “Primo Stabilimento italiano di manifattura cinematografica Alberini & Santoni”, con sede sull’Appia nuova dove, nel 1905, viene costruito un “teatro di posa”. Nell’estate dello stesso anno, Alberini esordisce anche come regista de” La presa di Roma”.
Nei 250 metri di quella pellicola girata col concorso del Ministero della Guerra, vennero ricostruiti gli eventi che il 20 settembre 1870 avevano suggellato l’unità d’Italia. L’anno seguente lo stabilimento cambia denominazione e diventa la Cines, nome in breve famoso per aver conquistato con le sue produzioni, sempre di buon livello tecnico e artistico, un posto di rilievo sul mercato internazionale cinematografico.
Nel ’37 nasce l’ente di Stato per la cinematografia, Cinecittà, nel quale confluiranno le attrezzature e l’esperienza della Cines.
A distanza di novant’anni con “Roma, il Cinema ed Io…” i protagonisti del cinema italiano parlano di Roma e del loro lavoro. Ne viene fuori un bilancio involontario, ma coerentemente legato nei contenuti delle diverse interviste, sulla città che si era candidata alla conquista di uno dei primi posti tra le aziende più note del genere.
I pensieri, i ricordi, i progetti dei personaggi coinvolti annotati in una pausa del set, tracciano, racchiuso tra le maglie delle loro esperienze, un ritratto del panorama culturale romano ed italiano in questo scorcio di fine millennio.
Il ruolo del cinema nella società della comunicazione istantanea, delle dirette TV e della realtà virtuale, è diventato difficile. Niente a che vedere con le atmosfere di cent’anni fa; agli inizi del ‘900 quando arrivava il “carrozzone del cinema” si ballava per le strade, nelle piazze; l’uomo stregato ed allucinato seguiva il fertile canto dell’arte cinematografica, superando tragedie ed angustie del momento.
I film, in principio, creavano sogni ed entravano dentro di noi, ogni “grande schermo” era il centro del mondo, quel punto “illuminato bene” regalava emozioni braccio-a-braccio e multiforme conoscenza. Allora il tempo scorreva più lentamente, regnava la cultura dei quattro passi, la cultura dei “caffè”, il piacere di vivere le città. Il movimento della storia, si pensava, è in avanti, verso il meglio e il più giusto. Col tempo, con la rivoluzione tecnica, lo spettatore del film si è immensamente moltiplicato passando, purtroppo, dalla sala pubblica allo schermo televisivo, ed il film corre ora il rischio di perdere l’efficacia propria del “genere”.
I film che abbiamo visto da bambini hanno avuto una grande influenza su di noi, quasi quanta ne ha avuta la famiglia, e li ricorderemo per sempre. Il cinema vissuto nella sala ci ha modellato la psiche in un modo misterioso, attraverso un fascino che rimarrà sempre e comunque estraneo al mezzo televisivo. La Televisione nel parco-giochi casalingo è nata per parlare uri linguaggio pericolosamente superficiale. La “parola elettronica” emessa oggi da quella incomposta babilonia di blateratori e sghignazzatori, allontana opinioni, istituti di pensiero e sentimenti. Quella piccola “scatola di immagini” non trovando un suo proprio significato divora tutto e chiude il discorso volendo trasformare della “spazzatura” in vera comunicazione che la pubblicità dell’immagine munisce poi di un sinistro potere di fascinazione.
La pellicola cinematografica indiscutibilmente messa ai margini di un palinsesto così configurato finisce solo col subire uno sfruttamento selvaggio. Nel 1992 le nove principali emittenti televisive italiane nazionali hanno complessivamente trasmesso 11.000 “proiezioni cinematografiche in TV”, e le pellicole migliori hanno trovato collocazione in orari impossibili, prevalentemente a notte fonda, a testimonianza dell’assoluta indifferenza verso il cinema ed i suoi contenuti.
Certo non può essere venuto solo per la rovina quel mezzo potente! Anche il cinema agli inizi del secolo era considerato una “invenzione del diavolo” ed investito delle stesse critiche attualmente rivolte alla televisione.
È accaduto ed accadrà ancora di voler migliorare in concreto il “contenuto” delle nuove invenzioni del. diavolo, sforzandoci, innanzitutto, di capirne il vero potenziale. Anche perché la TV dei grandi numeri, quella che conosciamo in Italia, quella dove tutto comincia ad essere pressappoco uguale a tutto finendo col generare il niente, subirà inevitabilmente l’auspicato declino.
In tutto questo continua a preoccuparci non tanto l’imprevedibile sviluppo delle forme di comunicazione, ma l’idea che né la TV né i computer riusciranno a far andare avanti il genere cinematografico. Accade infatti che il sistema della distribuzione commerciale mondiale, referente culturale primario in una civiltà governata da chi gestisce la comunicazione, anziché sostenere, supera lo stesso sistema della produzione dell’arte, inducendo gli artisti ed il loro ruolo a sprofondare nelle sabbie mobili della perdita della propria libertà.
C’è una crescente omogeneizzazione dei linguaggi creativi, una ripetizione di formule che anche l'”avanguardia” ormai accetta muta, poco desiderosa di combattere, ribellarsi e criticare. L’era del rigetto sembra ben lontana. L’intellettuale, non intendendo partecipare a queste condizioni al mercato della borsa mondiale della cultura, è in via di estinzione e annoiato sbadiglia, sinistramente occultato da città soporifere; dove superare questa sorta di affaticamento mentale diventa impresa titanica. Roma per prima, città “castalia” del cinema europeo, pur continuando a stringere gelosamente a sé molti importanti. artisti, non sembra oggi il luogo più adatto a riannodare le fila tra le diverse creatività.
Roma, nonostante un passato recente così ricco di fermenti culturali, si è autoconsegnata al triste sbarramento delle auto che imperversano giorno e notte, e dove ieri esisteva il grande palcoscenico cultural-mondano oggi regna il deserto. Insegne spente, porte sbarrate, la desolante chiusura dei locali storici, stanno ad indicare la fine di una proposta culturale forte, che già la Roma degli anni ‘40 sapeva offrire ad un pubblico internazionale.
L’Italia tutta ha un futuro incerto e rischioso. La sua immagine è stata offuscata e deturpata, distrutta dalla speculazione di un sistema politico-economico che per quanto riguarda lo sviluppo culturale del nostro paese ha saputo solo porre ostacoli o, ancor peggio, affondare con l’indifferenza ogni progresso.
Il cinema italiano, al pari degli altri strumenti di comunicazione, godendo di alleanze politico-affaristiche, molto spesso è sottostato alle mediocri convinzioni che hanno dato luogo alle sgradite catastrofi che stiamo vivendo in questo fine millennio, svuotando così il potere insostituibile che ha di capire e di denunciare le cose, ancor prima che siano chiare per tutti, attraverso le proprie immagini. 
Le nuove generazioni di autori, registi, attori e sceneggiatori, stanno cercando di svincolarsi da un sistema produttivo invecchialo da ammiccamenti, rifacimenti, citazioni, che seppure “intelligenti” non hanno maturato le doti creative italiane, riconosciute cd invidiate dalle diverse cinematografie internazionali… ma, come avvertiva Ennio Flaiano, “tutto arriva al momento giusto, il tempo trova il finale migliore”, e forse con un maggior confronto ed una diversa consapevolezza potremo sperare di riavere un mondo che ci corrisponda più di quello d’oggi, ora che i suoi edifici di cartapesta stanno crollando. miseramente.

*note sulla preparazione
La realizzazione di questo libro è stata un’esperienza significativa, passata attraverso gli umori di un mestiere che non ha orario. Appuntamenti rinviati, luoghi improbabili ma infine adattissimi, lunghe attese spezzate improvvisamente da una cordiale telefonata: “Sono a vostra disposizione, ma non posso andare più in là di domattina perché riparto”. Grazie agli amici e a quanti non lo erano, ma che con altrettanta cortesia ci hanno concesso del tempo sempre e comunque prezioso. La disponibilità è il comune denominatore che ha unito la vecchia, e nuova generazione, crediamo si possa guardare ottimisticamente al futuro del cinema. Il cinema ha qualcosa in sé di indistruttibile, un richiamo molto forte, che si impossessa di ogni nuova generazione attraverso qualche sfortunato, degnissimo eletto, che sarà destinato, tra grandi gioie e molte sofferenze a proseguirne il viaggio.

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