GIUSEPPE MODICA. AD PERSONAM per l’amico Sergio

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Sergio è stato uno dei miei allievi all’Accademia di Belle Arti di Roma proprio un po’ prima che scoppiasse la pandemia e durante il lockdown. Prima di praticare l’arte ha viaggiato su un binario culturale parallelo che gli ha consentito di rimanere sempre in sintonia con il dibattito artistico contemporaneo. Studiando e recependo molto di quel che si dibatteva nella scena internazionale. Da attento osservatore, ha affinato il suo pensiero critico chiarendo con introspezione analitica le ragioni del suo sentire, facendo delle scelte ben precise nel variegato e vasto panorama dell’arte contemporanea.
Individua da subito i suoi maestri e riferimenti in artisti come Antoni Tàpies, Anselm Kiefer e Claudio Parmiggiani e nutre la sua conoscenza con argomenti teorici e filosofici di studiosi e maitre a penser come Martin Heidegger, Gilles Deleuze, Jaques Derrida, Gianni Vattimo, Maurice Merleau-Ponty, ed altri.
È attorno a questi riferimenti che prende forma e si sviluppa il suo linguaggio che tiene conto di ciò che è accaduto già nella storia dell’arte recente ma individuando un percorso che ha una sua riconoscibile fisionomia.
Una poetica, la sua, che si nutre di dati e segni del tempo e dell’esistenza: un collegamento diretto fra arte e vita della quale coglie a tratti non solo l’energia e l’esuberante vitalità, ma anche la sua dolorosa agonia, precarietà e fragilità.
E non a caso Sergio volge la sua attenzione verso luoghi che accolgono disagio e sofferenza, come lui stesso dice, Cattedrali contemporanee della vulnerabilità: carceri, manicomi, ospedali, barconi…  Ed infatti il suo progetto espositivo Corpus-et-Vulnus si inaugura proprio nelle stanze dell’ex carcere di Castello a Velletri.
Sergio ha colto immediatamente il valore semantico ed il fascino inquietante e controverso di questo imponente edificio, oggi abbandonato ed in degrado, dove si trovano disordinati, caotici ed accatastati molti fascicoli d’archivio del tribunale. Vite cancellate, disperse e annullate, tracce di umana esistenza, di indicibile disperazione trascritte in fascicoli in rovina.
È in questo contesto che si chiarisce meglio il senso del suo lavoro che mette in stretta sintonia estetica ed etica.
Nulla di decorativo ed estetizzante è in questi lavori, ma anche nessun compiacimento ed ammiccamento ideologico. Nessuna tentazione narrativo-giornalistica e nessuna volontà di rappresentazione simbolica anzi un vivere la pittura nel suo linguaggio elementare, primario ed originario formaluce-colore-materia che obbedisce alle ragioni specifiche e proprie della pittura in sé, scevra da inutili formalismi ed atteggiamenti mentali di retorica e di pretestuoso impegno.

Recupera quei riferimenti ormai storici dell’informale, e dentro quest’area, questa fenomenologia introspettiva e meditativa, ha intrapreso il suo viaggio pittorico ricco di imprevedibili accadimenti ed in ascolto delle ragioni profonde dell’uomo.
E questo ascolto è registrato ed impresso nelle trame e sedimentazioni di questa pittura che senza infingimenti e proponimenti sorprende per i suoi esiti poetici e per il senso di avventura.

Prof. Giuseppe Modica, pittore e docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma                

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